Il 24 luglio 1969 la capsula Columbia dell'Apollo 11 rientrò sulla Terra a quasi 40.000 km/h. Scudo termico incandescente. Minuti di silenzio radio. Fino a 6,5 volte la forza di gravità durante il rientro. Poi i paracadute e l'ammaraggio nell'Oceano Pacifico.

Missione compiuta. Abbracci e festeggiamenti? Neanche per sogno.

Appena recuperati, Armstrong, Aldrin e Collins indossarono mascherine e tute protettive e vennero trasferiti in una quarantena sigillata. La NASA non poteva escludere, per quanto improbabile fosse, che la Luna ospitasse microrganismi sconosciuti.

Niente strette di mano. Niente bagni di folla. Persino il presidente Richard Nixon si congratulò con loro parlando attraverso un piccolo oblò.

Per oltre due settimane furono analizzati gli astronauti, la polvere lunare, le tute e la capsula, per verificare che non fosse stato riportato sulla Terra nulla di pericoloso.

Avevano appena compiuto uno dei viaggi più straordinari della storia.

Il primo passo, una volta tornati sulla Terra, non fu verso casa. Fu verso la quarantena.